TESTO CRITICO DI
FERRUCCIO BATTOLINI

    Nel carnet privilegiato degli artisti che ho sempre considerato importanti anche sotto il profilo della testimonianza umana e della più spontanea e generosa "dazione di pensiero", mi è grato (anche se dolorosamente struggente data la sua scomparsa) inserire Giacomo Linari, pittore riservato e gentile quanto culturalmente attrezzato, docente di disegno, già (come me) bibliotecario oltre che bibliofilo, cultore di storia dell'arte sempre al di là della mera cognizione, rivolto internamente alla scoperta di veri valori, concreti e trascendenti insieme. Nato a La Spezia nel 1912, fin dall'adolescenza manifesta un'istintiva capacità grafica (forse c'è anche il legame parentale collaterale con i Valle, con la famiglia di Giovan Battista, pittore fra i più significativi dell'Ottocento, non solamente della Contea del Levante ligure) ed una curiosità per i grandi movimenti pittorici dell'Ottocento e del primo Novecento. Gli studi poi a Firenze, i sodalizi con il grande Antonio Discovolo, con l'affreschista Luigi Agretti, la frequentazione degli ateliers di Felicino e di Angiolo Del Santo, consentiranno a Linari una serie ininterrotta di affinamenti tanto da far dire a Gino Bellani - colorista davvero eccelso delle terre di Liguria (fra Val di Vara e Riviera) - che non soltanto si è dinanzi ad un "artista di spiccato talento", che si è manifestato malgrado riservatezze eccessive ed esagerata modestia, ma anche di un pittore "padrone del disegno" e più che esperto "nella tecnica del colore".

Ma ciò che colpisce in Linari - che non si verifica spesso nella famiglia artistica - è l'interesse per i problemi estetici che lo porta ad esplorare a trecentosessanta gradi gli spazi della creatività visiva, senza preclusioni, senza pre-determinazioni, senza settarismi inamovibili. Naturalmente gli studi al Liceo Artistico fiorentino e le già citate frequentazioni lo conducono a delineare chiaramente, fin dalla giovinezza, determinati ambiti storico-culturali, alcune professioni creative prevalenti, soprattutto un'etica comportamentale che saranno sempre di sostegno e di autodelimitazione (in senso positivo, ovviamente) del suo intenso e travagliato "fare" artistico. Allarga le sue amicizie: è subito infatti solidale ed ammiratore di Giovanni Governato (nonché della sua "sovrana fantasia"); entra in cordiale e produttiva corrispondenza con Felice Carena; mantiene stretti contatti con Giuseppe Novello. E non si dimentichino i suoi ottimi rapporti con Renato Birolli quando il veronese sceglie Manarola come spazio ove scoprire nuove dimensioni della natura e soprattutto dei ritmi e degli umori delle "incendiate" Cinqueterre; come non vanno messi nel dimenticatoio i rapporti di buon vicinato artistico con Navarrino Navarrini e con il mite quanto generoso Amilcare Bia. Se al primo impatto Linari, segnatamente nei lavori dell'immediato dopoguerra, può sembrare orientato verso alcune tendenze riaffioranti dalla tradizione figurativa più accademica, in realtà - badando soprattutto alla sua capacità di concertazione del colore - ci si accorge che ha già assaporato, pur non sposandone canoni o regole, alcune spinte teorico-compositive dell'innovazione. Una testimonianza precisa su queste nostre sensazioni viene dallo stesso Linari quando afferma di non concepire "il lavoro tormentato e reso crudo da un freddo realismo": che altro vuol dire questa frase se non che il pittore Linari "deve liberarsi sempre più degli involucri esteriori" per poter più agevolmente raggiungere e conquistare zone interne e più segrete (ma non per questo meno autentiche) della realtà stessa? Ciò conferma anche la presenza non soltanto di una creatività molto meditata (pur lasciando intatte "l'istintuale soavità" e l'estemporanea raffinatezza), ma anche di una cultura visiva composita e sempre, in ogni momento, significativa, frutto di letture molto importanti ai fini del rafforzamento dal suo modulo. Leggendo anche testi estetici lontani dal suo pensiero primario (che può essere inserito nella grande temperie postbellica, fuori sia dagli epigoni del neoimpressionismo che dai "nipotini" del novecentismo italiano), accresce, tra avvedutezza e spontaneità, la sua attrezzatura formale e di conseguenza riesce a rimanere libero da ogni condizionamento. E così la sua pittura sacra - qui così acutamente delineata da Maria Grazia Recanati - (direi, un perfettibile ma coerente rapporto fra poesia "concreta" ed eticità) assume aspetti inediti, in parte nutriti dalla sua devozione per i classici, in parte proveniente da un'ammirazione per certo espressionismo "regionale": questa sua pittura sacra diventa non mera descrizione di eventi ma valore visivo spirituale fondante sia per quanto attiene al messaggio complessivo, sia in riferimento alla risultante fra struttura compositiva e colorismo narrativo. E nell'esaltazione del mare Linari va ben al di là della pur importante panoramicità ritmica, giungendo ad una soglia interpretativa ritmica ove si sposano il grandioso e il mitico, la concretezza elementare e un lirismo spesso all'interno di una visione quasi astratta dell'universo acqueo verde_azzurro.

    Ridurrei il discorso a banalità descrittiva se mi mettessi ora a segnalare,una ad una, le opere di cui mi sono occupato particolarmente (in presentazioni o in articoli sulla stampa quotidiana e periodica) nel giro di oltre un trentennio. Mi limiterò perciò soltanto a richiamare alla memoria - ai fini di un futuro auspicabile catalogo generale ragionato e per una bibliografia augurabilmente esaustiva - opere viste nelle varie edizioni delle collettive dell'Associazione Pittori e Scultori, della Mostra Nazionale "Il Lavoro" (fine anni cinquanta), ove riscosse successo presso tutti i membri della Commissione (De Micheli, Dessì, Mesciulam, Gaudenzi, Giambetti, chi scrive compreso, ovviamente), al famoso Premio Nazionale "Golfo della Spezia" (anche qui in varie edizioni). Successo ottenne (la Commissione era composta da Enrico Paulucci, Sandro Cherchi e dal sottoscritto) all'estemporanea di lusso "Piazza Brin", alle manarolesi birolliane "feste ai pittori" e a tante altre collettive e personali in vari centri, da Milano a Carrara, da Bergamo a Sarzana, da Gardone Riviera a Viareggio, da Firenze a Forte dei Marmi, da Suzzara a Lucerna (presso la Biblioteca italiana).

   I lavori più recenti - intendo riferirmi a quelli realizzati da Giacomo Linari negli anni ottanta e sino alle "ultime vigilie" di morte (1993) - sono davvero eccezionali sul piano cromatico: il corposo e splendido gruppo di marine facenti parte del ciclo "Cinqueterre" (1990) danno l'esatta misura del suo libero ed avvolgente colorismo che, a mio avviso, raggiunge elevati livelli di libera significanza e di ritmata armonia. Si è giustamente parlato, in Lombardia, di Linari come "pittore delle onde": io trovo che attraverso quelle marine, quel rapporto conflittuale e appassionato fra scogli e mare, l'artista spezzino riesce a far emergere brani di "paesaggio mobile", eternamente e misteriosamente dinamico, che si propongono per le loro singolari fusioni e per le loro inedite arditezze formali. (Errato sarebbe instaurare, a mio avviso, un confronto fra le marine del pur bravissimo Giuseppe C. Caselli e quelle di Linari che dispongono di pulsazioni immaginative e "spirituali" in più, immesse come sono in una sorta di naturalismo mistico o, se si preferisce, panteistico).

   Dunque opere, segnatamente quelle dell'ultimo decennio, ove tutto è umanizzato al massimo e fortemente idealizzato nel contempo, frutto di una vitalità progettuale frenetica ed entusiasta: dappertutto (confermo un giudizio del novembre '90) - prevalgono immagini sacre o "sacralità naturali" - l'artista manifesta una gran voluttà di Luci (dell'anima quanto del comparto visivo), termini quanto determinanti e costitutive, consonanze semplici quanto sostanziali ed autentiche, nel segno di cromatismi nel contempo istantanei e meditati.

   Un pittore, Giacomo Linari, del tutto scoperto e leale nella dichiarazione dei suoi forti e genuini sentimenti, preciso e accurato nell'impaginazione pittorica (anche là dove domina una liberante estemporaneità) e soprattutto capace di porgere - con onestà e chiarezza - messaggi tersi (volta a volta felici o drammatici, per far meditare o per entusiasmare), sempre intellettivamente ed eticamente intensi.

Ferruccio Battolini

 

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