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PORTI E AEROPORTI

Viaggiatori senza tempo

"Il corpo umano sapeva volare qualche millennio fa"

Andrei Platonov, Mosca felice

Aeroporti notturni, torri di controllo,pacifiche antenne e peduncoli terreni che fuoriescono accanto all'asfalto delle piste di atterraggio. Apparecchiature radar che consentono di vedere lontano, oltre il buio della notte e aerei, macchine volanti, che permettono di alzarsi dal suolo. Tecnologia che è già archeologia, in quanto l'aeroporto è luogo dell'immaginario collettivo e soggettivo, punta estrema e spazio del viaggio della mente ancor prima dell'elemento prezioso del viaggio reale. Gli sguardi, la visione come trasporto,come passione,rebus anagrammatico con aurighi e traghettatori in veste di piloti e steward e hostess. Nei dipinti di Linari, la materia è aggregata sulla tela, sparsa sulla carta o su altro supporto,con colori pastellati e con una tecnica mista in cui risalta la notazione decisa del pastello, materia fredda e delicata che si sgrana come cera generando l'atmosfera onirica tipica di chi si sta preparando ad affrontare e annullare le distanze, a portarsi oltre, lontano dalla normalità del vissuto e del dormiveglia, viaggiatori nebbiosi che prendono corpo tra le frontiere del tempo.

Aeroporti silenziosi, per nulla frenetici: le riprese ravvicinate, i primi piani delle piste di atterraggio e di volo,conducono chi guarda lo spettatore di fronte all'opera così in alto da superare la supposta verticalità dei piani. E le torri,ostacoli visivi, assumono la forma di puri oggetti, di elementi estetici privi di funzione e di funzionalità, se non quella dell'esserci, del rappresentare il tramite di un tramite, il legame indissolubile tra cielo e terra, simbologia di icari viventi senza ali. Perciò il pastello, e i colori nebulosi, disfatti fino a spalancarsi minuziosamente nell'assenza visiva di passeggeri pronti a imbarcarsi, assenza che presuppone, in pectore, una loro presenza non in qualità di larve ma come approssimazione, come costruzione di chi osserva l'opera per immedesimarsi nel ruolo di viaggiatore universale,di viaggiatore celeste. L'archetipo sempre rinnovato del viandante crepuscolare, dell'errante attratto, dell'omerica dispersione della mente.

Torri di controllo senza controllo dunque,tarpate di funzione e trasmutate in oggetti puri, in linee verticali sull'orizzonte visivo del volo. La densità notturna,blu prussica rappreso, carico di ombre fugaci in forma di nuvolaglia che nasconde il baratro non l'infinito;momenti transitori da perpetuare, atmosfere superiori di chi alza lo sguardo per vedere e non si accorge della propria infelice felicità.

Torri d'aria e di terra , di colore e segno. Fari privati di luce, occhi dalle palpebre socchiuse che si protendono verso le tenebre. Ricerca,ragnatele di linee che s'intrecciano in una fuga senza via d'uscita perché il mondo è limitato, finito, compiuto,è un circolo serrato su se stesso senza possibilità di una diversa interpretazione. Altezze fittizie o appena immaginate che presuppongono altre, vere altezze; picchi di montagna senza montagna né vette,aeroporti dove angeli invisibili, esseri trasparenti e fantasmagorici, si apprestano a raggiungere l'eden dimenticato dagli umani, l'eden perduto. Scali,stazioni aerei, luoghi di transito adatti a raggiungere la luna o altri satelliti, altri mondi o eterei dimensioni, sporgendosi oltre i piani orizzontali. Ambientazione d'incontro per questi fantasmi timorosi, queste presenze assenze che vorrebbero essere viaggiatori sconfitti dal viaggio; lo spettatore è, parafrasando Leskov, il viandante incantato che penetra all'interno di spazi moderni e "passati", edifici matrici senza tempo né orologi, congegni di misura costruiti con lancette proprio per scandire silenziosi e assordanti le ore e i minuti appena trascorsi eppure eterni, dato che si ripropongono sempre uguali a se stessi.

L'essenziale incredulità di Andrei Platonov: "Qui dicevano,ho sentito, che presto l'uomo volerà e sarà felice". Un "levarsi in volo", un "librarsi" ostile e sconosciuto.

La volontà di mistificazione,di evasione,di ribaltare insensibilmente la geometria, si avverte in molte opere di Linari. Come paesaggi in cui si annientano le circostanze e il colore assume il linguaggio del segno perciò la scelta del pastello pronto a creare autonomamente,liberamente una propria simmetria piana e lineare. Anche nei lavori in cui prevale la figura umana penso al ciclo espressionista dedicato alla crudezza del meretricio, della prostituzione dei corpi e delle anime anche dove prevale la raffigurazione maschile e femminile, si avverte la sensazione del negato, dell'assurdo, del mutismo cieco, la stessa singolare negazione che getta sconforto e vanifica la speranza,riportando una realtà vuota o sottratta, la realtà così com'è. Prostitute come angeli scaduti, esseri spirituali spennati e strinati. Un personaggio di Platonov, il medico chirurgo Sambikin, afferma che: "La cassa toracica dell'uomo è rimasta a simboleggiare le ali ripiegate".

Nei dipinti periferici, linari ritrae una metropoli deserta, con palazzi svuotati di anima e di anime, strutture dagli occhi cerchiati, edifici solidi e carnosi non esangui o lividi o sconclusionati ma finalizzati,certi della propria funzionalità urbanistica e non della loro funzione umana.

"Per un attimo si rappresentò le nuvole in cielo le amava perché non lo riguardavano ed era a loro estraneo".

E' il concetto della distanza azzerata, un concetto che, avvicinando i corpi, allontana lo spirito, la comunanza infinita di idee e passioni,costringendoti ad aprire l'anima alla solitudine umana della folla, dei viaggiatori senza più tempo.

Luigi Marsiglia