Capolavori restituiti

Da Tiepolo a un busto romano, dal Veronese al Montagna: con ‘Restituzioni’ Palazzo Montanari a Vicenza presenta 37 capolavori restaurati. Con un video sul palazzo

VICENZA - In undici edizioni si è guadagnata la fama di una delle mostre italiane fra le più ricche di approfondimenti e di curiosità e fra le più meritorie, dal titolo quanto mai azzeccato di Restituzioni. Sono le opere che il restauro restituisce ai musei, alle chiese, ai palazzi, ai colori per quanto possibile recuperati, facendole spesso uscire dai depositi, dal dimenticatoio, dalle zone d’ombra che per mancanza di soldi popolano il patrimonio culturale italiano. Sono pezzi archeologici, dipinti, sculture, oreficerie sacre e profane, suppellettili di vita principesca e quotidiana, indumenti sacri, arazzi, che appartengono alle soprintendenze, alle chiese, ai musei statali, civici, diocesani o privati, delle regioni del Nord-Est e della Lombardia, perché Restituzioni è la sponsorizzazione più significativa nel settore dei beni culturali della Banca cattolica del Veneto che è poi diventata IntesaBci, con sede a Vicenza (in alto, il link al video di Palazzo Leoni Montanari).

La mostra è l’atto dovuto degli interventi di restauro, l'esposizione al pubblico dei risultati, illustrati da schede con le novità della ricerca. Spiega Carlo Bertelli, coordinatore del comitato scientifico della mostra, “ non si restaura per la mostra, che sarebbe contro ogni sano criterio di conservazione, ma avendo in mente che le opere prescelte dovranno essere esposte, quindi formare un contesto logico ed essere ciascuna rappresentativa di un problema critico o di restauro”. Il rapporto fra la singola opera e l’ambiente è inoltre uno dei fattori essenziali per la scelta delle opere da restaurare. Sono ormai quasi 300 i pezzi restituiti, spesso di straordinaria qualità, entrati a far parte di questo “forum di sperimentazioni non spericolate - come lo chiama Bertelli - e dove vengono sistematicamente individuati, e ristudiati in quella specie di autopsia che è il restauro, tesori che in ogni caso avevano bisogno di ‘pubbliche provvidenze’”.

Per Restituzioni 2002, sono riuniti a Vicenza fino al 30 giugno, nelle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, 37 capolavori fra i quali spiccano le otto tele (su nove) realizzate nel 1743-44 da Giovan Battista Tiepolo, che compongono il soffitto della sala capitolare della veneziana Scuola Grande di Santa Maria del Carmelo o dei Carmini. I soggetti delle tele sono le virtù teologali e cardinali (Fede, Speranza, Carità, Prudenza, Fortezza, Pazienza, eccetera) e angeli impegnati in azioni miracolose. C’è anche un mancato incidente sul lavoro, di un muratore devoto della Madonna di cui ha lo scapolare, afferrato mentre sprofonda nel vuoto da una impalcatura. Spiega Bertelli: “Il soffitto è un' opera assai impegnativa del maestro, il quale, ormai giunto alla piena maturità, tuttavia torna a perfezionarla, almeno nel riquadro con ‘Pazienza, Innocenza e Castità’, dopo l’ intervallo degli affreschi in palazzo Clerici a Milano. Ebbene, vent' anni dopo l’ inaugurazione, i dipinti avevano bisogno di un consador per non andare in rovina. Ancora il ‘colore malfermo’ richiedeva restauri nel 1896. Vennero poi i trasferimenti per pericoli bellici e relativi restauri in occasione della prima e ancora della seconda guerra mondiale; infine si pensò che il grande soffitto dipinto avrebbe avuto un lungo periodo tranquillo grazie al restauro del 1989. Quando, in una notte del 2000, la grande tela posta al centro si distaccò. Nascostamente le larve avevano divorato i bordi delle tele e attaccato la pasta dell’ ultima rintelatura”. Per collocare il suo soffitto, Tiepolo ottenne dai frati lo spostamento della grande tela centrale del Padovanino L’Assunzione della Vergine, 700 scudi in più e un regalo, per “fare un’opera che restare deve esposta sino al terminar del mondo”.

Fra i dipinti c’è la monumentale pala (3,60 metri per 2,27) della chiesa parrocchiale di Santa Afra in Santa Eufemia, a Brescia, intitolata Sant’Afra sul palco prossima ad essere decapitata fuori porta Cremona a Brescia. L’attenzione dell’osservatore va dai corpi sanguinolenti in primo piano, senza testa, alle teste mozzate, alla santa che, al centro della scena, indossa una ricca veste in seta bianca con ricami dorati e un’ampia cappa di broccato in oro, il collo bianco pronto per lo spadone del boia. Nonostante sia firmata sul basamento del palco “Paulo Caliari V.E/F.”, sembra che non sia del grande Veronese, ma del figlio Carletto, attribuendo “a quest' ultimo una tela di grande impegno e con elementi di novità, correggendo, con il riconoscimento del vero maestro, anche il nostro giudizio” ammette Bertelli il quale aggiunge: “Un giorno si scriverà sui figli dei grandi capostipiti veneti, sui Bassano e i Tintoretto, su Giandomenico Tiepolo e Francesco Piranesi”.
Restituiti dipinti veneti ora a Milano, al Museo Poldi Pezzoli, come La Madonna con il Bambino in trono e i vasti paesaggi montani e marini di Gerolamo Dal Santo; la cinquecentesca lunetta prettamente lombarda del Bergognone, Cristo in pietà tra la Vergine e San Giovanni Evangelista della Pinacoteca di Brera; L’orazione nell’orto e Andata al Calvario del duomo di Vigevano, di Bernardino Ferrari, (un “nobile pittore - osserva Carlo Bertelli - che non ha mai avuto né una mostra né una monografia né la celebrità che meriterebbe”), che nel terzo decennio del Cinquecento illuminano sulla congiuntura milanese quando gli sguardi sono rivolti alle grandi novità romane; un dipinto di Alessandro Maganza del 1588 circa dall’origionale ripresa dal basso del gruppo dell’imperatore che concede privilegi ai Notari di Vicenza (insieme ad un pendant giaceva in pessimo stato nei magazzini dell’ Accademia di Brera).
Conclude il gruppo dei dipinti restaurati la grande pala della chiesa di Santa Maria in Vanzo, a Padova, opera di Bartolomeo Montagna all’inizio del secondo decennio del Cinquecento, con Madonna in trono, santi e due angeli musicanti ai piedi, “dal serrato ritmo coloristico” che ha come contrappunti il manto arancio, metallico, di San Pietro, e il manto rosso, su veste verde, di San Paolo.

Prima del restauro due corredi funerari di epoca romana del primo secolo avanti e primo secolo dopo Cristo, dalla necropoli di Montebelluna in provincia di Treviso, giacevano nei depositi della soprintendenza del Veneto. Ora Restituzioni ha rivelato uno straordinario e raffinato balsamario “rilucente - come spiega Daniela Locatelli - delle fasce dorate che si snodano sulla superficie alternandosi a quelle colorate”. La tecnica di realizzazione riprende una tradizione ellenistica del Mediterraneo orientale: le strisce dorate sono ottenute dalla fusione di frammenti di lamina d’oro entro due strati di vetro trasparente; le strisce policrome grazie alla precedente unione di bacchette di diversi colori.
Fra i pezzi archeologici due busti straordinari. Il cosiddetto Vitellio, del terzo-quarto decennio del II secolo dopo Cristo, uno dei più popolari ritratti antichi, considerando l’incredibile numero di copie, repliche e derivazioni che nel corso dei secoli scultori e pittori fecero di questo imperatore dal bel volto severo e sensibile. Lucio Vero del secondo secolo dopo Cristo, lo sfortunato imperatore a fianco di Marco Aurelio che morì a 38 anni di ritorno dalle guerre in Germania: barbuto e dalla laboriosissima capigliatura, veste una corazza. Le due opere torneranno al Museo archeologico nazionale di Venezia.

Notizie utili - Restituzioni 2002. Capolavori restaurati. Vicenza, Gallerie di Palazzo Leoni Montanari, fino al 30 giugno. Orario da mercoledì a domenica dalle 10 alle 18. Ingresso gratuito. Informazioni mostra e prenotazioni gruppi 800-578875; fax 0444-991280

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